Faccio lo sciopero della tristezza, confinata al settimo piano di un vuoto esistenziale dal quale provo ad evadere gettandomi nel vuoto. Volo giù io, i pensieri, le emozioni e tutta la mia storia e nella testa riaffiora un ritornello familiare: 1,2,3 e tutti giù per terra. Un accoramento che dona invisibilità, e come un fantasma in caduta libera vado giù, all’unisono spettatrice e protagonista silente e leggera di significati compresi e taciuti, e di non detti serbati e temuti.
Sei mesi tra dicembre e gennaio, questa la percezione degli ultimi sessanta giorni in cui ho cercato spasmodicamente me attraverso il dialogo con te. Più che un dialogo un monologo, in cui tu però ti agganciavi sempre dandomi la sensazione di essere in due e invece probabilmente eri solo pubblico, osservatore silente delle mie spudorate nevrosi. Quel giovedì così lontano da adesso, forse di sole due settimane fa, quando ti ho detto che la sera sarei andata a teatro e tu mi hai chiesto se ci andassi per stare sul palco. Un complimento velato? Un giudizio? O forse un’accusa? Sempre così con te: nessuna chiarezza eppure totale tranquillità, come se parlassimo una lingua comune, fatta di sfumature e di significati nascosti, familiari solo a noi due, un botta e risposta pieno di armonia e suggestioni che andavano a svanire di lì a poche ore, o forse giorni. Ma tu chi sei? O chi sei stato con me? Ed io perché ti ho cercato così tanto e con tale costanza e caparbietà? Perché ho avuto l’istinto di essere totalmente nuda e vulnerabile e di rischiare di giocare da sola? Perché alla fine a ben vedere ho giocato da sola, abbiamo riso in due ma al punto di partenza, in penitenza, ci sono tornata solo io, con una sensazione straniante di confusione e incertezza per giunta, e tu improvvisamente non c’eri più. Neanche a dire che stessimo giocando a nascondino, vorticavamo in un giro tondo di parole quello sì, dannate parole! Ma nella mia testa i nostri dialoghi/monologhi c’erano ancora ed erano urlati e violenti e adesso era davvero il pubblico e solo lui a riderne, ed io ho risentito quel buco in pancia che pareva essere sparito per sempre, del quale avevo dimenticato consistenza e umori. Ora che me ne faccio di questo buco? Di questa parte profonda e oscura che mi fa venire solo voglia di abbuffarmi, scopare e vomitare? Cammino chilometri per giorni, forse ore, e lui con me come un’ombra che al posto di seguirmi mi inghiotte da dentro. Cammino, mi abbuffo, cammino, scopo violentemente, mi confondo, mi allontano da te, da quei dialoghi/monologhi, dalle nostre risate, da quella voglia di smettere di fumare che avevo provato così naturale e assoluta osservandoci insieme. Diventi un’eco nelle orecchie, confusa e dai contorni sempre più labili, mi stai svanendo dentro e io con te. Non voglio perdere me per perdere te, voglio rimanere integra, voglio dimenticare dicembre ed anche gennaio, voglio dimenticarmi di me a dicembre e a gennaio. Voglio iniziare questo nuovo anno da febbraio, voglio che febbraio duri ventotto giorni, seicento settantadue ore, né un minuto di più né uno di meno. Voglio viverci dentro senza cercarvi nulla, senza giocare, camminandoci senza nascondermi. Magari riapparirai e sarai tu inaspettatamente per te a trovare me. Chissà come ti chiamerai e chissà io chi sarò. A svelarcelo sarà forse un gioco di prestigio?
Sasha Erre