E allora scopati tua madre, tanto era bastato per ritrovarsi con due serpenti intorno al collo e quegli occhi piccoli e neri a morderle la faccia, aveva iniziato a gridare spaventata: lasciami, ma che fai?! La presa pian piano era scivolata via, i rettili erano tornati lentamente al loro posto, ma gli occhi no, ormai avevano iniettato tutto il suo corpo di sgomento e disagio e il giorno dopo dovevano partire per un weekend romantico a Budapest. Con questa scena si apriva e si chiudeva il loro primo giorno di convivenza.
Lui poi si era scusato, si erano più o meno chiariti, avevano preso l’aereo, lei aveva fatto la brava, non mostrandosi troppo ansiosa e spaventata durante il volo, ed erano felicemente arrivati a destinazione. La città forse era bella, almeno per lui che già ci era stato lo era, non bella ma bellissima le aveva detto per convincerla a partire – peccato che una volta lì con la pioggia fitta e incessante che le sfocava di continuo la visuale lei non era riuscita a sentirlo e rientrati le era poi rimasta un’immagine appannata e bagnata, di una città senza commenti e senza foto.
Non riesco a ingoiare, ci sto provando ma non riesco a farlo- erano a cena in un ristorante di cucina tipica ungherese quella prima sera- cosa vuol dire che non riesci? Non so spiegartelo aveva fatto lei, tutta rossa e sudata, vedi, sto masticando un pezzetto di anatra ma al momento di buttare giù il boccone non riesco a deglutire, ho la trachea bloccata, non si muove nulla, e le lacrime avevano iniziato a venire giù, lacrime di terrore e vergogna, perché quella sensazione le era già stata familiare tempo prima, non l’aveva abbandonata per mesi, giorno e notte – con il rischio di finire in ospedale- non riusciva a ingoiare più nulla, aveva perso quindici chili in due mesi, la mamma su consiglio di una sua amica l’aveva riempita di pappa reale. Era l’ultimo anno di liceo, c’era la maturità, era stata la più magra per tutto l’anno e poi quell’ultima foto di classe tutti insieme, al centro del gruppo, con quella faccia pallida e gonfia da tortellino scotto, a immortalare quell’anno tanto significativo con un’immagine così falsa. Ma poi era passata…perché quella cosa adesso tornava? Come faceva a mandarla via? Come se ne era andata anni prima? E quegli occhi piccoli e neri che con invadenza si erano ficcati nei suoi e si espandevano increduli e giudicanti…tu sei pazza, ora che ti stai inventando per rompermi le palle e rovinarmi la vacanza? Voleva gridare, chiedere aiuto, ma a chi? E per dire cosa? Quelle luci nere al centro della sua faccia non emanavo né rassicurazione né comprensione, meglio chiudere gli occhi e stare nel proprio di buio. Un flash back, il giorno prima dell’inizio di quel famoso ultimo anno di liceo, anche quella volta era a cena, con il padre che si era presentato all’ultimo, tutti intorno alla tavola, cibo e frecciatine tra lui e la madre- nulla di nuovo- il fratello in silenzio, la nonna con quegli occhi sempre troppo chiari e lontani da tutto. D’improvviso si era alzata dicendo che le era rimasto un pezzetto di cibo in gola, che le dava fastidio, lo sentiva e non riusciva a farlo scendere, neanche bevendo dell’acqua, era andata in ansia, nessuno le dava peso, le dicevano che non era possibile, di stare tranquilla, era solo una sensazione. Una sensazione il cavolo, dal giorno dopo non era più riuscita a deglutire nulla, solo la mattina presto ancora in dormiveglia, una zuppetta di latte con dei biscotti spappati dentro, e per mesi a quel pasto quasi da sonnambula era arrivata a pensarci ossessivamente, andava a dormire la sera con i crampi allo stomaco dalla fame e l’attesa piena di gioia che di lì a poche ore, con il cervello ancora a rilento avrebbe finalmente potuto bere quella tazza di latte come se fosse tutto ancora normale, per poi incominciare un nuovo lentissimo giorno cadenzato dall’angoscia del cibo. Non poteva più andare a cena dalle amiche, tanto meno al ristorante, al bar neanche a dirlo, un panino seduta su una panchina impensabile, anche se invitavano gente a casa per pranzo o cena era un problema, come faceva a nascondere che non riusciva ad ingoiare? Che senza un perché la gola era diventata una scala mobile inceppata? Appena il cibo masticato e rimasticato, ormai una poltiglia, senza più consistenza, superava il limite in fondo alla gola, tutto andava in tilt, il cuore come una stella ninja lanciata nel buio arrivava a conficcarsi al centro della trachea, e poi ancora più su, si espandeva dentro le orecchie e non le faceva sentire più nulla, solo le pulsazioni di quelle lame fino al cervello, iniziava a sudare freddo, si guardava intorno terrorizzata, con quegli occhi da rana, che saltavano dappertutto e non riuscivano più a fermarsi su nulla -stava per morire- non poteva permettersi di fare movimenti, quella poltiglia andava lentamente riportata in bocca, allontanata da quello spazio incontrollabile e troppo in là con un movimento deciso- dai impegnati, ce la puoi fare si diceva- e sudando, stremata, provava a ricacciarselo in su. Quando le diceva bene ci riusciva, altre volte le toccava afferrare il primo bicchiere a portata di mano e trangugiare a velocità furiosa qualsiasi cosa ci fosse dentro -il liquido magico che sbloccava e faceva ripartire tutto- e le persone intorno ignare di quell’ennesima battaglia, anche stavolta vinta quasi per miracolo.
Perché il corpo si ricorda tutto così dannatamente bene? E ora che faccio? Innanzitutto riapriamo gli occhi.
Sasha Erre