Oggi il cielo è grigio. Anche il desiderio di andare a lavorare oggi è grigio. Solo il cinguettio che sento al di là della finestra mi solleva dal letto e so che il pungente e morbido aroma del primo caffè presto mi abbraccerà.
Che ore sono? Già le 8, mi rispondo guardando l’orologio appeso sopra il frigorifero. È tempo di andare.
Passeggio per le strade di questa città come se fossero i corridoi di casa mia. Ogni giorno le percorro nella stessa direzione, più o meno agli stessi orari. Eppure, ogni cosa che incontro è sempre diversa. La sento diversa. C’è una cosa che, invece, da tanti mesi ormai, si ostina a non ritornare. Prima, annuso l’aria e non sento alcun profumo. Poi, guardo gli alberi di arancio piantati sul marciapiede del grande viale che attraverso ogni giorno per andare a lavoro. Ancora non sono fioriti. Aspettano la primavera e l’attimo naturale in cui sarà possibile far venire al mondo i fiori e il loro nostalgico profumo di aprile.
La camminata verso la bottega è finita. Un viaggio che si chiude, anche oggi. Non ho incontrato nessuna persona che somigliasse a un turista, ho visto una coppia che litigava, un’altra che si salutava con un bacio, un cane che scodinzolava tanto quanto la padrona, un gruppo di studenti che si avviava probabilmente verso scuola, il fruttivendolo all’angolo del vicolo che si accendeva la sua sigaretta mentre pesava un cesto di banane.
Appena arrivo a lavoro, mi piace mettermi comoda fin da subito perché il mio è un lavoro faticoso di cura, creatività e attenzione. Sorseggio il secondo caffè della giornata che qualche collega ha preparato per tutti. Accendo le luci della mia stanza da lavoro svegliando i mobili e le pareti come una madre e un padre svegliano i bimbi per andare a scuola. Poi, apro le grandi ante marroni degli armadi che collezionano al loro interno tutti gli abiti che stiamo creando ed è come aprire una
gabbia di uccelli colorati e strepitanti che non vedono l’ora di volare liberi. Sento che la giornata inizia a essere meno grigia. Li scorro uno ad uno, ammirandone la bellezza quasi commossa. Questi abiti non fioriscono naturalmente ad ogni stagione. Non nascono a caso, né le loro scuciture sono opera del vento. La nostra è una bottega di sartoria. Ma non creiamo niente che non sia già esistente al mondo. Ricuciamo abiti strappati, mettiamo toppe dove ci sono angoli consumati, aiutiamo a rinnovare abiti che hanno desiderio di trasformazione, aggiungiamo decorazioni per rendere sempre più unico ogni pezzo. Non è sempre un lavoro facile. Il più delle volte è stancante. È importante scegliere l’ago adatto, il filo della sfumatura e dello spessore più efficace per tenere saldi i vari tessuti e mantenerli nel tempo. È difficile non avere aspettative di creare abiti perfetti, è difficile restare fedeli ai desideri e bisogni del cliente, poiché non possiamo avere la presunzione che la nostra creatività e immaginazione prevalgano su quella del legittimo proprietario dell’abito. Siamo anche artisti, ma siamo soprattutto artigiani. La nostra filosofia è che ogni persona abbia il suo abito con cui ogni giorno veste la propria pelle e la propria follia. Ognuno ha il suo colore, sebbene possa somigliare a quello di qualcun altro. Possono essere adatti o non adatti alla pioggia o al sole del giorno, al freddo o al caldo, al mare o alla montagna, al vento forte o alla quiete dell’aria. Eppure ogni abito è venuto al mondo con un suo senso e un suo destino che forse si svela solo quando i tessuti si sgretolano e rimangono stracci in fondo al letto.
Ogni abito è una storia che forse non ho il diritto di raccontarvi e che non tutti hanno il diritto di conoscere. Se vi narro questo piccolo frammento di vita quotidiana è per riportare alla luce bellezze sepolte nell’ombra. Forse questo mestiere ha qualche somiglianza con l’archeologia: restaurare e riportare da sotto terra agli occhi umani reperti di altri e antichi tempi.
Un giorno, quando avevo dodici anni, andai con mia nonna al mare. Era fine settembre e l’estate ci stava per salutare con la promessa di tornare l’anno dopo. Nonna è una grande nuotatrice anche se adesso i dolori dell’età le impediscono di muoversi come un tempo. Avevamo una piccola barca di legno rossa con cui andavamo a largo e lì ci tuffavamo senza troppe paure. Amavamo il mare
profondo e meno inquinato da scorie umane ed urbane, anche se più pericoloso delle acque superficiali preferite e prese d’assalto dagli abitanti e turisti. Quel giorno, forse, per miracolo o per una grande fortuna, trovai una piccola anfora avvolta e protetta da un grembo di sabbia. La strappai e rubai al mare e un po’ di senso di colpa lo provo ancora oggi. Forse, avrei dovuto lasciarla là dove era sempre appartenuta e non farla traslocare in una nuova casa. Ma ormai l’avevo scoperta e ancora oggi mi piace raccontarmi che anche lei abbia trovato me e abbia scelto di restare nelle mie mani affinché potessi prendermene cura. Oggi, quella piccola anfora è nel mio salotto sotto la finestra che respira un po’ il mare aldilà del vetro. Al di qua, invece, respira un po’ il profumo della mia vita. Dentro, ci cresce una pianta. I resti di momenti passati possono rinascere con un nuovo colore in un altro spazio e con un’altra forma di vita.
Alle 11.00 arriva Livio. È un uomo di 54 anni. Si sente solo e quasi imbalsamato come un pesce fuori dall’acqua e chiuso in una teca. Si manca ed è per questo che esce di casa per portare il suo abito da noi: per dirsi che non è tutto perduto e qualcosa da salvare resta sempre. Livio arriva in negozio con lo sguardo abbassato a fissare le sue scarpe, come se sulla sua testa ci fosse un masso di vergogna e tristezza che non gli permette di guardare più davanti a sé. Cammina lentamente come una balena che ondeggia nelle acque dell’oceano. Da solo. Sua moglie è morta 5 anni fa e da quel giorno non sorride più. Il suo è un abito elegante color blu notte, come la notte in cui sembra precipitato. Le maniche della sua giacca scendono a ricoprire le mani. Ai pantaloni mancherebbe un orlo, un confine tra lui e il pavimento, invece strusciano a terra e finiscono sotto le suole ad ogni passo. Il collo è completamente nascosto da un dolce vita dello stesso colore di giacca, pantaloni e scarpe. Non gli lascia fuori neanche un briciolo di pelle. Di sè. Di respiro. Nonostante l’intenso colore scuro, si intravedono dei fiori dai petali lillà, che scendono a cascata sia sulla giacca che sui pantaloni, che ora sono del tutto sbiaditi e quasi invisibili. Livio mi ha raccontato che quegli erano i fiori preferiti di sua moglie: i “non ti scordar di me” e che quando se ne è andata lei, i fiori hanno
iniziato a perdere colore, a gocciolare giorno dopo giorno, a sbiadirsi come i ricordi che aveva di lei. La primavera di Livio è stata uccisa da una fredda tristezza che sembra infinita.
Livio anche oggi ha lo sguardo perso nel suo vuoto che non so più ormai quanto sia diventato grande né se abbia limiti di spazio e di tempo. Quando si muove appena, sento il fruscio della sua giacca che posteriormente diventa di velluto e, così pesante, nasconde ogni suo passo e cancella il suo passaggio. Livio vorrebbe disfarsi di questo abito scurito nel tempo come se ci fosse piovuto sopra il petrolio e lui fosse una gabbianella che non può più volare. Oggi lo vedo più esausto del solito. Noto delle goccioline di sudore che lacrimano dalla sua fronte.
<<Sono stanco. Guarda in che condizioni sono. Questo abito mi fa soffocare. Non so come ho fatto ad arrivare fin qui>>
<<Eppure ci sei arrivato. Cosa ti ha fatto arrivare fin qui?>>
<<Mah. Non lo so più, ormai>>
<<Ora non lo sai più. Prima cosa ti portava fin qui, quando lo sapevi?>>
<<La speranza dei colori>>
Livio viene da noi da meno di un anno. Mi ha spiegato prima cosa non gli piacesse di quell’abito, quanto odiava muoversi ogni giorno in quella grotta di stoffa piena di lacrime e come sognasse riportare in vita i vivaci colori dei fiori, fare l’orlo ai pantaloni, tagliare via lo strascico alla giacca e sostituire il dolce vita con una camicia fresca. Ma trasformare un abito che hai indossato per anni e anni è difficile, come far nascere una pianta da un seme appena piantato: ci vuole pazienza, cura e costanza. Livio lo sa bene. Nella vita ha sempre coltivato la terra: si inchinava ogni giorno per prendersi cura della terra, sotto il sole e la pioggia nei suoi vestiti leggeri o pesanti a seconda del meteo. Ora è ingessato in un abito elegante che stona con l’amore che aveva per la vita, per il suo orto, per sua moglie. In tutti questi mesi in cui Livio è venuto da me non l’ho mai visto piangere.
<<Quindi, non sei riuscita a trovare un modo per ridare colore a questi fiori?>>
<<Tu che suggerisci?>>
<<Abbiamo provato di tutto, il colore non resta attaccato. Non fioriranno mai più, vero?>>
<<Forse, hanno bisogno di pioggia>>
<<Non ci riesco>>
<<Vieni con me. Usciamo>>
Decido di portare Livio sul viale che attraverso ogni giorno per andare in bottega. Ci fermiamo sotto uno degli alberi di arancio. Lo invito a guardare in alto le foglie e i piccoli boccioli che ancora sono chiusi.
<<Non si sente ancora il profumo. Ma la primavera presto arriverà. Riesci ad immaginare il loro odore? Te lo ricordi?>>
Livio mi guarda perplesso e scocciato, ma lo incoraggio un’ultima volta. Alza le spalle al cielo e tirando un sospiro di rassegnazione, chiude gli occhi. Resta così per un po’, immobile. Nell’aria si alza un vento leggero che fa impennare i panni stesi al sole sui balconi. Livio piano piano, accenna a un sorriso.
<<Sento un sacco di puzze della strada. Non riesco a immaginare il profumo della primavera. Però… sento il profumo dell’ammorbidente. Mi ricordo quando io e Anna stendevamo i panni al sole in giardino. Non c’era puzza di città, solo io lei e il mare. E i panni stesi al sole>>.
Ricordando quel momento felice, Livio piange, mentre sorride. Ci abbracciamo in mezzo alla strada, sotto un albero che ancora non fiorisce ma che ci annuncia che la primavera presto arriverà.
<<Forse, possiamo smettere di dipingere sopra quei fiori. Potremo creare dei fiori con dei tessuti diversi e appiccicarli sopra>>
<<Mi sembra un’ottima idea, Livio>>
<<Allora torno la prossima settimana con delle proposte e iniziamo a imbastirli insieme>>
<<Certo. Alla prossima>>
Guardo Livio che sfila con il suo elegante abito blu notte lungo il viale dentro la sua notte blu.
Prima di tornare nella bottega, decido di comprarmi un panino per il pranzo. Alle 14 avrò un’altra cliente. Quando ritorno in bottega, lei è già qui.
<<Ciao Giulia, sei in anticipo oggi>>
<<Sì. Mi trovavo a passare>>
<<Sei fortunata che non ho altre clienti, sennò avresti dovuto aspettare>>
Giulia ha 20 anni. È alta, i suoi capelli biondo platino sono raccolti in una alta e perfetta coda di cavallo.
<<Voglio rendere più bianco questo abito>>
<<Giulia, più di così lo sai che non è possibile>>
Il suo abito è di alta sartoria ed è di un bianco ottico monacale e acciecante. Somiglia ad un abito da sposa. È semplice e perfetto. Il taglio del decoltè è geometrico, il corpetto è stretto in vita e una lunga gonna a sirena scende fino ai piedi. Giulia era una ballerina, prima che un infortunio al ginocchio le impedisse di continuare a danzare nella compagnia. Da quel giorno, il suo unico desiderio ed obiettivo è rendere quel vestito sempre più bianco. Più bianco. Fin quasi a diventare trasparente. E più quel vestito diventa bianco, più lei diventa piccola.
<<Io sono innocente. Non ho fatto niente per meritarmi questo. Sono brava. Sono brava e voglio che diventi sempre più bianco>>
<<Giulia, non è possibile. Cerchiamo di trovare un altro modo per farti amare questo vestito che non sia quello di rendere innaturale un colore. Se insisti ad applicare continuamente altro sbiancante potrebbe diventare dannoso anche per la tua pelle>>
<<Farò diventare bianco anche il mio sangue, se necessario>>
Aveva lo sguardo famelico di chi non si arrende mai. Teneva le mani ancorate al tavolo in una posizione scomoda tanto che le sue braccia avevano assunto una posizione contorta e le ossa delle spalle sembrava che fuoriuscissero dalla pelle come spilli.
<<Di che colore saresti oggi se potessi scegliere?>>
<<Che cazzo di domanda è?>>
<<Intendo dire, che mi sembri molto arrabbiata oggi?>>
<<Non sono mai arrabbiata. Sono determinata, è diverso>>
<<Beh, quindi che colore saresti oggi?>>
Giulia rimane in silenzio per qualche minuto e poi con voce da bambina mortificata rispose:
<<Rosso>>
<<La rabbia è rossa>>
Giulia fissa il mio panino aperto sul tavolo con lo stesso sguardo famelico di poco prima, come se adesso fosse arrabbiata con il panino. Qualche goccia di ketchup gocciola dal pane e macchia il fazzoletto di carta in cui è avvolto il panino. Decido di fare una cosa pericolosa per aiutare Giulia.
Inzuppo il mio dito nel ketchup e rapidamente mi lancio sull’abito di Giulia macchiandolo. Rimaniamo in silenzio a guardarci, incredule verso quello che è appena accaduto. Giulia si ispeziona la macchia e io prego che non mi salti addosso per strangolarmi. Poi, afferra il mio panino e lo scaraventa a terra pestandolo ripetutamente con tutta la rabbia che ha dentro. Quando si ferma, è quasi senza forze, alza lo sguardo al soffitto e inizia a ridere. Io la guardo e non so che dire. Lentamente, cerca con l’occhio uno sgabello e si mette seduta in silenzio, esausta e si accascia con la testa tra le braccia sul tavolo. Rimaniamo in silenzio per un tempo che mi è parso infinito. Quando, dopo un po’ solleva il volto per incontrare il mio sguardo, i suoi occhi sono calmi. Come il mare dopo una lunga tempesta. Aldilà di quella rabbia, c’è un’incredibile dolcezza. Giulia ha paura di aver perso un sogno, mi raccontò in passato. Ma io credo che abbia perso solo la forma di quel sogno.
<<Hai una tinta rossa per stoffe?>>
<<Eccola a te>>
Guardo Giulia spremere il tubetto di colore nelle mani e impastarsi il vestito immacolato. Adesso sembra un quadro.
<<Per la prossima volta, vorrei aggiungere uno strascico con disegnato sopra uno spartito musicale. Lo possiamo fare?>>
<<Certo>>
<<Grazie, alla prossima>>
Giulia non può più essere una ballerina e rincorrere con il suo corpo le note musicali. Sarà lei a creare quella musica.
Proseguo la mia giornata di lavoro fino alla fine. Poi me ne torno a casa stanca, ma nutrita. Appena arrivata a casa, raccolgo il bucato e rimango per qualche minuto sul balcone a fumarmi una sigaretta mentre scruto la vicina di casa del palazzo di fronte al mio che invece stende i suoi panni. Un incredibile varietà di colori, stoffe e forme restano appese ai fili degli tendini. Uno spettacolo di vite danza inseguendo il vento.
Il cielo è ancora grigio, i fiori di arancio ancora non si sentono nell’aria. Ma davanti a me, c’è una sfilata di miracoli che sono pronti a prendere il volo.
ELEONORA