Dieci grammi di torta e un quintale di cielo (da I fiori del bene)

Di fare l’attrice, Ludovica lo sogna fin da bambina. Un baule pieno di mille cianfrusaglie. Le sottane di seta e gli scialli coloratissimi della nonna, i vestiti che la mamma non mette più, collane, bracciali, catenelle di ogni tipo e persino il collarino di un gatto carico di strass. Si avvolgeva strisce di stoffa intorno alla testa, a mo’ di turbante, indossava monili al collo, orecchini, stracci intorno ai fianchi che ancora non aveva e bracciali alle caviglie. Faceva i travestimenti, così li chiamava, gesticolava con braccia e mani e inventava passi un po’ sghembi molleggiando le anche, imitando modelle e grandi attrici melodrammatiche che aveva sbirciato in televisione.

A guardarla, di solito non c’era nessuno. La mamma al negozio, il papà in un’altra stanza a studiare o fuori per lavoro. Giuseppina l’adorava. Qualche volta smetteva di fare le pulizie e si nascondeva dietro una tenda e poi spuntava fuori applaudendo e facendo la ola, lasciando ondeggiare le mani alzate: bravissima Lulu, le urlava. E Lulu le correva incontro, le buttava le braccia al collo e le baciava la faccia, la mordeva tutta per l’eccitazione e l’energia che le avanzava. Ed erano felici.

A scuola, Ludovica non vedeva l’ora che le lezioni finissero per andare al corso di recitazione. Le gambe fremevano sotto il banco. Al liceo spesso non andava proprio, si fingeva malata per restare a casa, si esercitava nelle prove se aveva uno spettacolo all’Accademia di Pescara. E sognava, una volta finite le scuole, di volare a Roma per frequentare un paio di accademie famose di cui tanto aveva sentito parlare.

La grande occasione si era presentata l’autunno precedente. Un ruolo da protagonista in un film intenso e feroce, dal titolo forse un po’ ingannevole: Rossosperanza. È la storia di Marzia, ninfomane con gravi disturbi mentali, che, dopo anni di abusi ripetuti da parte del padre, senza che nessuno della famiglia sospetti nulla, decide di uccidere i genitori e gli invitati a un party organizzato dallo stesso padre, liberando una tigre chiusa in gabbia. La ragazza viene poi rinchiusa in un istituto psichiatrico per minori e lì conosce Zena, Vittoriano e Alfonso. Nasce un’amicizia forte e tossica che segnerà le loro vite.

Quando le assegnano la parte, Ludovica non sta più nella pelle. Le sembra di toccare il cielo con un dito. Si mette a saltare per strada, a piedi uniti, come un giovane canguro. Si butta a capofitto nello studio del copione, lo legge, lo rilegge, prova a recitarlo, a volte lo declama. Marzia diventa un’ossessione. Inizia a vederla ovunque, quando si alza dal letto, mangia, incontra altri amici. Ne sente il dolore e ci annega dentro. La sente a tal punto da non riuscire più a vedere i confini che la separano da lei. Finché una notte più difficile delle altre, perché sono ore che non riesce a dormire e fuori è più buio del solito e piove a dirotto e a lei scendono lacrime che sembrano venire dal cielo, Lulu sogna di essere Marzia.

E allora si chiede chissà perché si sente così a suo agio in quel corpo straziato. Chissà perché questo nuovo dolore in cui lei e Marzia si confondono, si amano, si odiano, precipitano negli abissi e si annullano l’una nell’altra, le è così di conforto e le fa da casa come casa sua non sa fare. Chissà perché in questo strano mondo che ora si trova ad abitare ci sono Zena, Vittoriano e Alfonso, che fino a poco fa non sapeva neppure esistessero, con il loro dolore senza tempo, i loro vuoti incolmabili, le loro storie sgangherate. Ludovica ha paura.

Le riprese sono terminate da mesi, ma lei si è persa, sta ricercando sé stessa, il suo filo, sta compiendo ogni sforzo per riprendersi la sua vita, ritrovarlo, quel filo, ricominciare. Inventare un inizio nuovo.

Quel pomeriggio di ottobre, quando Lulu è approdata in via Palermo 3, quinto piano, era appena successo tutto questo e io l’ho conosciuta così. Si è presentata a ciascuna di noi, un gruppetto di quindici donne di tutte le età che per un anno hanno condiviso le proprie storie e la passione per l’arte. Lei un po’ timida e terribilmente graziosa, la più giovane, e noi tutte, da subito, ne siamo rimaste incantate. Capelli a caschetto, biondi come il grano e soffici come il piumaggio di un uccellino appena nato. Occhi trasparenti, sottili. D’inverno indossa un cappello di lana grossa di colore intonato agli abiti, oppure multicolore. Giacca imbottita un po’ larga e due tre pantaloni messi uno sull’altro. E se ne sta protetta lì dentro, rinchiusa, piccola piccola. Passo leggero di danza. Movenze morbide, discrete, da giovane gazzella. La voce gentile, voce di bimba, così potente da sussurrare parole aspre e amare che arrivano come frecce, diritte al cuore.

D’estate indossa enormi camicie di lino bianche, sottilissime, sgualcite, soavi. E sembra un angelo.

Ha appena rubato i colori a un pittore di strada e se li è portati via posandoli su una panca, accanto alla tela. Ma il suo pennello sceglie solo il rosso. E con quel rosso Lulu disegna corpi di donna. Sono tutte di spalle, perché da dietro tutto ciò che non vedi non esiste, non lo puoi toccare, non ne hai aspettative. E lei vuole essere solo linee, linee rosse su un foglio. Sottili come i fili d’erba della casa in Abruzzo dove abitano i suoi e dove lei non vuole tornare, dove vivono i fratelli più grandi che non ha, dove ha lasciato impronte di solitudine e dove si è seduta un mattino, ad ascoltare il lamento straziante di una rondine bianca calpestata nel fango. Ne è rimasta stordita, come un’arpa mutilata e senza corde che non può risuonare.

Nel quadro il corpo in primo piano è il suo, prospettiva a tre quarti di spalle. Ginocchia raccolte al petto, allacciate da lunghe braccia sottili. Capelli raccolti in uno chignon improvvisato e una ciocca che sfugge, cade giù lungo il collo. La testa piegata in avanti lascia immaginare occhi socchiusi e fronte appoggiata su gambe asciutte e stanche.

Linee. Linee rosse stilizzate su un foglio. Curve come la terra, piatte come il disincanto che ha perduto l’infanzia, senza più pieghe sul cuore, né fremiti o paure che lo possano muovere o far vibrare.

E da qui tutto è lontano e fa meno male. La mattina a colazione dieci grammi di torta e un quintale di cielo dove volare. Andare, planare.

Volare leggera con ali di farfalla, per i vicoli di Roma, andare in giro a sentire il respiro della gente, a curiosare, a cercare qualcuno che sappia ascoltare e poi tornare. Domani, magari. Sì, domani. O dopodomani o dopissimo domani, come diceva quando era piccina e leccava gelati al pistacchio salato e leggeva poesie. Perché domani è un giorno speciale, perché Lulu ha ritrovato il suo filo, il modo e il tempo per ricominciare. Andrà a teatro a recitare: Il gabbiano di Čechov o Oleanna di Mamet, le opere che ha sempre sognato di interpretare. Recitare “a tutto segno” sul palco, come le hanno insegnato e come lei sa fare; senza il filtro di un regista cinematografico o del montatore del film che sceglie le scene da portare e chi e che cosa inquadrare. Indossare il personaggio che ama, dargli tutta sé stessa, sperimentarsi, giocare senza perdersi mai. Imparare a tornare. Oppure restare, indossare la maschera per portare alla luce le sue ferite, trasformarle in piccole gemme e farne dono a sé stessa e agli altri. Interpretare la sua vita o quella dei personaggi per ritrovarsi almeno in parte; o invece dimenticare per un attimo o un giorno quando al dolore non ci sarà scampo. Comunque decidere di tornare, tornare in sé stessa, e se fosse troppo scegliere di volare ancora. Andare, planare. Leggera come una farfalla. Dieci grammi di torta e un quintale di cielo.

L’andare e venire di passi, già troppo lontani.

Il ricordo indistinto del mare a primavera,

dei sogni di gloria dei grandi guerrieri,

del volto delle bambole di pezza,

e poi il presente di allora, più confuso che mai.

Lulù abbandonata sul suo letto di rovi,

con gli occhi persi nel vuoto alla ricerca di qualcuno

che la venisse a salvare.

L’odore acre di umido e di sudore.

Quel presente che piano piano scompare.

Nulla è successo. Ricordo da non ricordare.

Il segreto di Lulù, la sua innocenza ferita.

Tutto da buttare.

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