LA RELAZIONE, TRA VERO E FALSO
complice la lucel’ombra mente all’oggetto.
Un ritratto
Quando si avvicinava era sempre con urgenza. Ti prendeva per mano e cercando un contatto, raccontava l’ultima emozione, l’ultimo pensiero, a volte un sogno. Non aveva molta importanza, aveva solo bisogno di sapere come eri lì, con lui.
Era pugile e usare il corpo era il suo modo di guardarti. Mentre era difficile cogliere il suo di sguardo: scuro e brillante, spillava da occhi orientali in continuo movimento sotto una frangetta di capelli lisci e neri.
Le sue mani, quando non erano occupate a guardarti, disegnavano in aria forme sempre diverse per finire poi sulle labbra, come a voler chiudere un discorso.
Non era alto ma il suo fisico scolpito era compatto, nervoso e in perenne oscillazione da un piede all’altro e in certi momenti sembrava aspettare solo l’attimo per sferrare il colpo circolare.
Quando ho smesso di pensare
Quando ho smesso di pensare.
Sì, quando ho smesso di pensare?
Mai. Forse. Anzi.
Quando rido. Prima di ridere, ascolto.
E dopo, sono troppo impegnata a sentire la vita nel fragore della mia risata per pensarla, la vita.
La vivo così come appare. In un semplice attimo si scatena una gioia eterna, in cui tutto il traffico dei cammini interni si snoda e fluisce come un fiume al mare.
Diario di una sarta
Oggi il cielo è grigio. Anche il desiderio di andare a lavorare oggi è grigio. Solo il cinguettio che sento al di là della finestra mi solleva dal letto e so che il pungente e morbido aroma del primo caffè presto mi abbraccerà.
È quello che mi fai
m’innalzi da china
e viva brucio
sì ma di oro mistura
Non sono brava
– È adulta
– Si chiama Valentina
– Non ha mai saputo giocare
Immersa nell’acqua santa giuro:
-non so fare il sugo al pomodoro
-non separo i panni colorati
-davanti a un pubblico muoio
Ammetto che mi disciolgo muta nell’incenso quando sbaglio verbo, parola, nome.
Mio Dio, non so fare altro che dichiararmi incapace di urlare, fischiettare, sputare.
Chiedo venia se in alcuni giorni faccio fatica a esistere.
Lavarmi, vestirmi – inscenare un’accorata voglia di vivere.
Mi pento e mi dolgo per
tutte le volte che ho fatto finta – a spasso con un sorriso inginocchiato all’altare di me stessa:
Come stai?
Bene. Sto bene
E scalza attraversavo le edicole di una via crucis a primavera.
Battezzata per la seconda volta, vorrei che venisse scritto:
È stata brava a giocare con le croci invece di portarle tutte.
Cicatrici
Mi rimproveravi sempre, col sorriso sulle labbra, che fare l’amore con me era come avere quindici anni e andare di fretta: come se non ci fosse il tempo di spogliarsi del tutto, gli ormoni che impazziscono e via lo stretto indispensabile, lo spazio c’è. Lo sapevi e lo sapevo che non era fretta, che
starcene sempre al buio era il mio modo per dirti ho paura. Paura che il mio corpo apparisse sbagliato, che i difetti diventassero ancora più evidenti, che poi una volta scoperto non ci si potesse più nascondere dietro le parole
dolci. Da ragazzina, a parte il fatto che manco sai che significa
essere donna, senti soltanto che ci sta quella cosa che vuole entrare dentro a quell’altra e ti senti vigile urbano nel traf-
fico attorno al Colosseo, non ci fai troppo caso. Non ci pensi. E io poi avevo anche la metà della metà delle cicatrici, sia dentro sia fuori. Le brutte esperienze segnano e
sapere di essere stata, spesso e volentieri, soltanto il passatempo, quella disabile, il problema, che il mio corpo rappresentava l’imbarazzo e la vergogna, insomma capirai che,se volevo starmene al buio e con addosso ancora tre quarti dei vestiti, avevo i miei buoni motivi. Però le cose cambiano, ci vuole tempo, pazienza e
amore.
Quando c’è l’amore si sente e si vede, ti puoi persino permettere di spogliarti nuda perché dentro lo sei già. Saranno davvero due cicatrici a fermarci? La sorpresa ti ha lasciato senza parole e a me ha tolto
tutto il coraggio. Prima di vederti entrare ero spavalda, mi guardavo allo specchio e pensavo di essere una gran fica,
nonostante tutto. Adesso invece avverto con disagio ogni piega della pelle, ogni insenatura del mio corpo, ogni angolo che condivido con te. “Sei bellissima”, mi dici, ma qualcosa dentro di me si blocca, è come una punta di vetro, un tassello maledetto
che taglia e ferisce. Quando inizi a baciarmi, una cicatrice dopo l’altra, inizio a tremare e chiudo gli occhi. Siamo nella penombra,
a luci soffuse, ma sento il bisogno di stringere i pugni e gli occhi, quasi mi fanno male le palpebre a serrarli così forte.
Tu te ne accorgi, ma continui.
L’amore è come l’acqua che scalfisce tutto, un po’ alla volta.
“Mi piace questa cicatrice.” Scocchi un bacio. “Anche questa.” Ne scocchi un altro. “E questa.” Un altro ancora.
A ogni tocco tremo un attimo di meno, una frazione di secondo impercettibile dall’esterno, ma per me è così evidente che spero soltanto tu possa continuare. Di ferite ne ho quante ne vuoi e ho bisogno di sentire le tue labbra su ognuna di esse.
“Sono ancora bellissima?”, ti chiedo con la voce spezzata dalla paura, il terrore che è diventato una sola piccola scheggia di quel vetro, del tassello maledetto che mi tagli-
ava dall’interno. “Sei sempre bellissima”, rispondi e anche l’ultima scheggia diventa invisibile, solo polvere che esce dalla finestra e non rimane più niente. Soltanto la felicità.
Fai la brava bambina.
Sorridi sempre a tutti.
Altrimenti se ne andranno anche loro
e resterai di nuovo sola.
Sorridi anche se le mascelle
ti fanno male.
Rassicura tutti:
“io sono forte”.
Anche se dentro stai morendo di
paura.
Fai la brava ragazzina.
Altrimenti non ti vorrà più nessuno.
Un giorno ti specchi e quel riflesso
non lo riconosci più.
Tutto questo controllo non ha tenuto
sotto controllo niente.
Esondo.
Un fiume di lacrime liberatorie.
Non voglio piacere
a tutti i costi.
Voglio essere libera.
Libera di non piacere.
Libera di essere
finalmente soltanto Nagla e di non avere
più paura.
Convivenze
E allora scopati tua madre, tanto era bastato per ritrovarsi con due serpenti intorno al collo e quegli occhi piccoli e neri a morderle la faccia, aveva iniziato a gridare spaventata: lasciami, ma che fai?! La presa pian piano era scivolata via, i rettili erano tornati lentamente al loro posto, ma gli occhi no, ormai avevano iniettato tutto il suo corpo di sgomento e disagio e il giorno dopo dovevano partire per un weekend romantico a Budapest. Con questa scena si apriva e si chiudeva il loro primo giorno di convivenza.
Lui poi si era scusato, si erano più o meno chiariti, avevano preso l’aereo, lei aveva fatto la brava, non mostrandosi troppo ansiosa e spaventata durante il volo, ed erano felicemente arrivati a destinazione. La città forse era bella, almeno per lui che già ci era stato lo era, non bella ma bellissima le aveva detto per convincerla a partire – peccato che una volta lì con la pioggia fitta e incessante che le sfocava di continuo la visuale lei non era riuscita a sentirlo e rientrati le era poi rimasta un’immagine appannata e bagnata, di una città senza commenti e senza foto.
Non riesco a ingoiare, ci sto provando ma non riesco a farlo- erano a cena in un ristorante di cucina tipica ungherese quella prima sera- cosa vuol dire che non riesci? Non so spiegartelo aveva fatto lei, tutta rossa e sudata, vedi, sto masticando un pezzetto di anatra ma al momento di buttare giù il boccone non riesco a deglutire, ho la trachea bloccata, non si muove nulla, e le lacrime avevano iniziato a venire giù, lacrime di terrore e vergogna, perché quella sensazione le era già stata familiare tempo prima, non l’aveva abbandonata per mesi, giorno e notte – con il rischio di finire in ospedale- non riusciva a ingoiare più nulla, aveva perso quindici chili in due mesi, la mamma su consiglio di una sua amica l’aveva riempita di pappa reale. Era l’ultimo anno di liceo, c’era la maturità, era stata la più magra per tutto l’anno e poi quell’ultima foto di classe tutti insieme, al centro del gruppo, con quella faccia pallida e gonfia da tortellino scotto, a immortalare quell’anno tanto significativo con un’immagine così falsa. Ma poi era passata…perché quella cosa adesso tornava? Come faceva a mandarla via? Come se ne era andata anni prima? E quegli occhi piccoli e neri che con invadenza si erano ficcati nei suoi e si espandevano increduli e giudicanti…tu sei pazza, ora che ti stai inventando per rompermi le palle e rovinarmi la vacanza? Voleva gridare, chiedere aiuto, ma a chi? E per dire cosa? Quelle luci nere al centro della sua faccia non emanavo né rassicurazione né comprensione, meglio chiudere gli occhi e stare nel proprio di buio. Un flash back, il giorno prima dell’inizio di quel famoso ultimo anno di liceo, anche quella volta era a cena, con il padre che si era presentato all’ultimo, tutti intorno alla tavola, cibo e frecciatine tra lui e la madre- nulla di nuovo- il fratello in silenzio, la nonna con quegli occhi sempre troppo chiari e lontani da tutto. D’improvviso si era alzata dicendo che le era rimasto un pezzetto di cibo in gola, che le dava fastidio, lo sentiva e non riusciva a farlo scendere, neanche bevendo dell’acqua, era andata in ansia, nessuno le dava peso, le dicevano che non era possibile, di stare tranquilla, era solo una sensazione. Una sensazione il cavolo, dal giorno dopo non era più riuscita a deglutire nulla, solo la mattina presto ancora in dormiveglia, una zuppetta di latte con dei biscotti spappati dentro, e per mesi a quel pasto quasi da sonnambula era arrivata a pensarci ossessivamente, andava a dormire la sera con i crampi allo stomaco dalla fame e l’attesa piena di gioia che di lì a poche ore, con il cervello ancora a rilento avrebbe finalmente potuto bere quella tazza di latte come se fosse tutto ancora normale, per poi incominciare un nuovo lentissimo giorno cadenzato dall’angoscia del cibo. Non poteva più andare a cena dalle amiche, tanto meno al ristorante, al bar neanche a dirlo, un panino seduta su una panchina impensabile, anche se invitavano gente a casa per pranzo o cena era un problema, come faceva a nascondere che non riusciva ad ingoiare? Che senza un perché la gola era diventata una scala mobile inceppata? Appena il cibo masticato e rimasticato, ormai una poltiglia, senza più consistenza, superava il limite in fondo alla gola, tutto andava in tilt, il cuore come una stella ninja lanciata nel buio arrivava a conficcarsi al centro della trachea, e poi ancora più su, si espandeva dentro le orecchie e non le faceva sentire più nulla, solo le pulsazioni di quelle lame fino al cervello, iniziava a sudare freddo, si guardava intorno terrorizzata, con quegli occhi da rana, che saltavano dappertutto e non riuscivano più a fermarsi su nulla -stava per morire- non poteva permettersi di fare movimenti, quella poltiglia andava lentamente riportata in bocca, allontanata da quello spazio incontrollabile e troppo in là con un movimento deciso- dai impegnati, ce la puoi fare si diceva- e sudando, stremata, provava a ricacciarselo in su. Quando le diceva bene ci riusciva, altre volte le toccava afferrare il primo bicchiere a portata di mano e trangugiare a velocità furiosa qualsiasi cosa ci fosse dentro -il liquido magico che sbloccava e faceva ripartire tutto- e le persone intorno ignare di quell’ennesima battaglia, anche stavolta vinta quasi per miracolo.
Perché il corpo si ricorda tutto così dannatamente bene? E ora che faccio? Innanzitutto riapriamo gli occhi.
Sasha Erre
Vuoi giocare con me?
Faccio lo sciopero della tristezza, confinata al settimo piano di un vuoto esistenziale dal quale provo ad evadere gettandomi nel vuoto. Volo giù io, i pensieri, le emozioni e tutta la mia storia e nella testa riaffiora un ritornello familiare: 1,2,3 e tutti giù per terra. Un accoramento che dona invisibilità, e come un fantasma in caduta libera vado giù, all’unisono spettatrice e protagonista silente e leggera di significati compresi e taciuti, e di non detti serbati e temuti.
Sei mesi tra dicembre e gennaio, questa la percezione degli ultimi sessanta giorni in cui ho cercato spasmodicamente me attraverso il dialogo con te. Più che un dialogo un monologo, in cui tu però ti agganciavi sempre dandomi la sensazione di essere in due e invece probabilmente eri solo pubblico, osservatore silente delle mie spudorate nevrosi. Quel giovedì così lontano da adesso, forse di sole due settimane fa, quando ti ho detto che la sera sarei andata a teatro e tu mi hai chiesto se ci andassi per stare sul palco. Un complimento velato? Un giudizio? O forse un’accusa? Sempre così con te: nessuna chiarezza eppure totale tranquillità, come se parlassimo una lingua comune, fatta di sfumature e di significati nascosti, familiari solo a noi due, un botta e risposta pieno di armonia e suggestioni che andavano a svanire di lì a poche ore, o forse giorni. Ma tu chi sei? O chi sei stato con me? Ed io perché ti ho cercato così tanto e con tale costanza e caparbietà? Perché ho avuto l’istinto di essere totalmente nuda e vulnerabile e di rischiare di giocare da sola? Perché alla fine a ben vedere ho giocato da sola, abbiamo riso in due ma al punto di partenza, in penitenza, ci sono tornata solo io, con una sensazione straniante di confusione e incertezza per giunta, e tu improvvisamente non c’eri più. Neanche a dire che stessimo giocando a nascondino, vorticavamo in un giro tondo di parole quello sì, dannate parole! Ma nella mia testa i nostri dialoghi/monologhi c’erano ancora ed erano urlati e violenti e adesso era davvero il pubblico e solo lui a riderne, ed io ho risentito quel buco in pancia che pareva essere sparito per sempre, del quale avevo dimenticato consistenza e umori. Ora che me ne faccio di questo buco? Di questa parte profonda e oscura che mi fa venire solo voglia di abbuffarmi, scopare e vomitare? Cammino chilometri per giorni, forse ore, e lui con me come un’ombra che al posto di seguirmi mi inghiotte da dentro. Cammino, mi abbuffo, cammino, scopo violentemente, mi confondo, mi allontano da te, da quei dialoghi/monologhi, dalle nostre risate, da quella voglia di smettere di fumare che avevo provato così naturale e assoluta osservandoci insieme. Diventi un’eco nelle orecchie, confusa e dai contorni sempre più labili, mi stai svanendo dentro e io con te. Non voglio perdere me per perdere te, voglio rimanere integra, voglio dimenticare dicembre ed anche gennaio, voglio dimenticarmi di me a dicembre e a gennaio. Voglio iniziare questo nuovo anno da febbraio, voglio che febbraio duri ventotto giorni, seicento settantadue ore, né un minuto di più né uno di meno. Voglio viverci dentro senza cercarvi nulla, senza giocare, camminandoci senza nascondermi. Magari riapparirai e sarai tu inaspettatamente per te a trovare me. Chissà come ti chiamerai e chissà io chi sarò. A svelarcelo sarà forse un gioco di prestigio?
Sasha Erre